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Andamento prezzi delle case in italia: secondo l’Istat dal 2001 incremento del 76%

13.02.2018

L’Istat ha messo insieme i dati sul valore nominale delle case in Italia dal 2001 al 2016

L’Istat ha recentemente pubblicato il report “La ricchezza non finanziaria in Italia”, un documento in cui l’Istituto Centrale di Statistica ha ricostruito i dati sulle attività finanziarie in possesso di famiglie, società e amministrazioni pubbliche nel periodo 2005-2016. La tipologia di attività non finanziarie riguarda abitazioni, immobili non residenziali, terreni agricoli, scorte e altri beni di capitale fisso. Nella pubblicazione, l’Istat ha anche ricostruito l’andamento generale dei prezzi delle case in Italia, riuscendo in questa particolare categoria a “spostare” indietro il punto di partenza dell’analisi al 2001. Questo balzo all’indietro ad inizio millennio si è reso possibile anche grazie ai dati del “14° Censimento della Popolazione ed Abitazioni”, realizzato nel 2001.

INDICE DEI PREZZI DELLE CASE DAL 2001 AL 2016

Questa ricostruzione della serie storica del valore delle abitazioni ha consentito di stabilire che, nel periodo dal 2001 al 2016, “il valore nominale… delle abitazioni è cresciuto del 76%, passando da 3268 a 5738 miliardi”. Parliamo quindi di un dato indubbiamente molto positivo, per tutti i proprietari di immobili a scopo residenziale, che hanno visto crescere il valore nominale del proprio appartamento a ritmi molto sostenuti, soprattutto per coloro che avevano acquistato l’appartamento a fine anni ’90 o a inizio millennio.

Andando ad analizzare anno per anno questo incremento, scopriamo che possiamo dividere i dati in tre fasi:

  • nel primo periodo (2001-2008) l’aumento medio annuo è del 9%,
  • nella fase intermedia, tra 2008 e 2011, il segno è stato sì positivo, ma con una media annua decisamente più contenuta, assestata attorno al +1,6%. 
  • Dal 2012 al 2016, infine (terzo ed ultimo periodo), si è registrato un decremento nel valore medio delle case, ed una “conseguente contrazione del valore della ricchezza abitativa, che nel 2016 risulta inferiore dell’8,1% rispetto a quella del 2011”, quindi con un calo medio annuo del -1,7%.

Un’ultima notazione relativa al 2016, anno in cui, pur registrandosi un segno negativo, il calo è stato più contenuto (-1,3%), a conferma dell’inversione di tendenza del mercato immobiliare, che negli ultimi anni ha registrato un rilancio dopo il periodo nero dovuto alla crisi economica globale del 2008. L’Istat nel report registra anche che, nel 2016, le famiglie e le ISP (Istituzioni Sociali Private senza scopo di lucro al servizio delle famiglie) sono proprietarie del 92% del patrimonio residenziale esistente in Italia.Di questo 92%, l’81% è composto dalle case in possesso delle famiglie, sia le cosiddette “prime case”, sia le seconde case (adibite principalmente a case per le vacanze) mentre l’11% è costituito da appartamenti che sono stati acquistati come investimento futuro o a scopo locazione. Al di fuori di questa quota del 92%, il restante 8% degli immobili è di proprietà delle Società non finanziarie (6%) e delle Amministrazioni Pubbliche (2%).

È importante ricordare, visto il periodo che si sta analizzando, anche le numerose operazioni di cartolarizzazione che ebbero luogo principalmente nel 2002, e che spostarono una parte delle abitazioni dal settore della P.A alle famiglie; stiamo comunque parlando di una quota che, seppur importante per gli effetti economici e sociali che ne derivarono, a livello complessivo non ha modificato in maniera sostanziale le percentuali di cui abbiamo appena parlato.

IL VALORE DEGLI IMMOBILI NON RESIDENZIALI

Apriamo una breve e sintetica parentesi anche sugli immobili non residenziali, per i quali l’Istat ha potuto stimare il valore solo a partire dal 2005. Parliamo di un universo molto vasto, che comprende immobili ad uso commerciale, produttivo, uffici e molte altre categorie di edifici. Anche in questo settore ci sono differenze tra gli immobili strumentali, cioè “utilizzati dalle imprese per l’attività di produzione”, e quelli “a scopo di investimento”. Il valore di queste tipologie di immobili ha vissuto, anche in questo caso, un periodo d’oro tra il 2005 e il 2008, con una crescita media del 7,3% all’anno. Si è poi registrato un rallentamento analogo a quello verificatosi per gli immobili a scopo residenziale, tra il 2008 e il 2011, con un incremento medio annuo più modesto (di poco inferiore al 2%). Nel quinquennio 2011-2016 c’è stata, infine, una diminuzione dell’1,5% medio annuo, con un picco negativo proprio nel 2016 (-1,9%).Si tratta quindi di un andamento pressoché identico a quello che l’Istat ha registrato per gli immobili residenziali.

Analizzando, infine, le quote di immobili non residenziali in possesso delle varie categorie, scopriamo che nel 2016 più della metà (55%) è di proprietà di Società non finanziarie, il 30% da famiglie e ISP (con queste ultime che hanno però una quota marginale rispetto alle famiglie). Il restante 15% è suddiviso tra Pubbliche Amministrazioni (11%) e Società finanziarie (4%); quest’ultima quota, seppur al momento irrisoria rispetto al totale, registra comunque una crescita costante negli ultimi anni, dovuta principalmente all’incremento del patrimonio dei fondi immobiliari.

 

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